Rosso dei Poderi

Un vino che inizialmente mi ha incuriosito, confesso, per la particolarità dell’etichetta. Leggendo poi le caratteristiche e la provenienza, ne ho subito messo un paio di bottiglie nel carrello. La cosa che mi lasciava un po’ perplessa era la dicitura “vino biologico”, avevo assaggiato dei vini biologici al Vinitaly, ma ricordo non mi avessero entusiasmato in particolar modo.

Parliamo del Rosso dei Poderi – Maremma Toscana IGT 2010. Viene prodotto da uve di Sangiovese, maturato 12 mesi in acciaio e poi affinato per altri 2. È il risultato dei Poderi di Ghiaccioforte, società agricola che si trova a Scansano (GR), conosciuto per aver dato la denominazione al famoso Morellino di Scansano. Questa etichetta produce anche Morellino e ho scoperto dal loro sito (www.poderidighiaccioforte.it) che il vitigno venne battezzato con questo nome dal Granduca di Toscana proprio per il caratteristico manto scuro (morello) dei cavalli maremmani che trainavano le carrozze.

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I Poderi di Ghiaccioforte sono un’estensione dell’azienda Barone Pizzini che alla fine del 1800 dà il via al suo successo in Franciacorta ed è tra i primi produttori iscritti quando nel 1967 la zona viene riconosciuta a denominazione di origine controllata. L’azienda investe anche nelle Marche dei Castelli di Jesi. La sua caratteristica principale è la ricerca di una coltivazione dei prodotti seguendo le regole della natura, non vengono utilizzati diserbanti o pesticidi, ma si aiuta lo sviluppo delle vigne con metodi naturali.

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Il Rosso dei Poderi è un vino che apprezzo molto, ha una gradazione alta (13,5%) e un sapore molto particolare. In bocca ha un gusto forte e complesso, ogni sorso si può dire diverso dagli altri, perché racchiude talmente tanti aromi che è impossibile stancarsi di berlo. A volte sembra quasi pizzicare sulla lingua, come se fosse aromatizzato al peperoncino, il che mi piace molto. Il colore è rosso violaceo, molto carico. L’ho abbinato ad un tagliere di prodotti toscani e l’abbinamento, inutile dirlo, è stato perfetto!

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Sant’Antimo

Pochi giorni fa, in occasione di uno speciale festeggiamento, siamo tornati all’Osteria Robebuone di Vimercate (via Carlo Borromeo 5). Ci eravamo già stati l’anno scorso e due loro prodotti in particolare ci sono rimasti ben impressi nelle papille gustative. Un vino, ovviamente, e un formaggio molto speciale. Il vino era un Bolgheri, una garanzia se si vuole godere di un ottimo pasto, ed il formaggio era un pecorino sardo al tartufo. Un sapore incredibile che unisce la bontà notissima del pecorino e quella più ricercata del tartufo. Sono rimasta talmente colpita da questo prodotto che l’ho cercato in lungo e in largo, ma senza risultati. È una delizia molto rara e viene venduta da noi soprattutto all’ingrosso. Cercando in internet ho trovato alcuni consorzi che propongono l’acquisto online, presto so che mi farò tentare e ne ordinerò una forma. Vi farò sapere…

Da Robebuone propongono un piatto di pecorino sardo al tartufo abbinato a delle fette di bresaola. Non ero una grande amante della bresaola e ho scoperto solo ultimamente perché. Ero solita comprare quella già affettata del supermercato, molto asciutta e poco saporita. Qualche mese fa poi una mia amica (food blogger) mi ha regalato un pezzo di bresaola da 600 gr arrivata direttamente dalla Valtellina e da qui ho scoperto che è una cosa meravigliosa. Tempo di resistenza alla golosità: poco meno di una settimana. Stupenda tagliata a fette grosse con il coltello.

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Il piatto era accompagnato da gnocco fritto, una delle loro specialità. La frittura è leggerissima, lo gnocco rimane asciutto e di un bel bianco, non sovrasta i sapori degli abbinamenti, anzi li esalta al massimo. Come secondo ho ordinato delle fettine di manzo all’inglese, servite con un purè ottimo.

Cena a dir poco meravigliosa ed ora vino! Siamo stati incuriositi da un vino toscano, Olmaia Col D’Orcia – Sant’Antimo. La Denominazione di Origine Controllata Sant’Antimo è permessa solo ai vini ottenuti dalle uve cresciute nella zona di Montalcino, in modo da tutelare al massimo la produzione di questi luoghi. Le tipologie di vini protetti sono molte, si trovano anche vini bianchi, Novello e Vin Santo con uve bianche o rosse. Si fornisce così un’ampia gamma di prodotti che rispondono perfettamente ad ogni abbinamento gastronomico. Il Sant’Antimo ha avuto il riconoscimento DOC nel 1996. Leggendo gli articoli della disciplinare di produzione sono rimasta molto colpita dalla loro severità, è rigoroso il controllo sul territorio di produzione e viene prestata grandissima attenzione a modalità di imbottigliamento, conservazione e immagine dell’etichetta; il tutto per vietare in modo assoluto “caratterizzazioni non consone al prestigio del vino”.

Le uve del nostro Olmaia sono Cabernet e la bottiglia è datata 2007,  il vino è lungo e persistente in bocca, corposo; la gradazione è 15%. Stupendo. La raccolta delle sue uve viene effettuata a mano, scegliendo i grappoli migliori. Il coloro è rosso rubino, pieno. Ad ogni sorso si percepisce tutta l’attenzione e la passione che ci sono dietro alla produzione di un vino così sublime.

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Bolgheri Bolgheri Bolgheri

Solo 160 abitanti, ma sanno bene cosa fare! Questa è la frazione di Bolgheri del comune di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno. I suoi vitigni crescono a pochi passi dal mare, sulle spiagge della Maremma settentrionale. Sembra strana l’immagine della coltivazione di uve in un paesaggio marittimo, tanto che i primi contadini furono abbastanza scettici sulla riuscita di un buon vino. Oggi questo è stato smentito ed è sufficiente stappare una bottiglia di Bolgheri per capire che il mare dà un grande contributo alla qualità del “suo” vino. Favorevoli sono la temperatura mite, la grande luminosità (non solo del sole, ma anche dello specchio d’acqua) e i venti rinfrescanti, tutto ciò porta a delle maturazioni lente che favoriscono il regolare sviluppo di tutte le componenti dell’uva. I vitigni più impiantati sono quelli di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Sangiovese e Syrah.

Nel 1995 viene costituito il Consorzio per la Tutela dei Vini Bolgheri DOC, il cui emblema è un cipresso, caratteristico della campagna toscana, e proprio la sua sede operativa è situata sul famoso viale dei cipressi che collega Bolgheri a San Guido. Pochi giorni fa ho avuto il piacere di provare un vino di un’azienda facente parte di questo Consorzio, attualmente sono 38 quelle partecipanti e rappresentano ben il 91% della superficie vinicola. L’azienda in questione è Guado al Tasso che produce da uve Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah un prodotto stupendo, Il Bruciato 2012 – Marchesi Antinori. Come si legge dall’etichetta, “il vino viene affinato per circa 8 mesi in piccole botti e per almeno altri 4 mesi in bottiglia”, una garanzia. È un vino ad alta gradazione, 14%, e proprio questa sua caratteristica mi ha attratto notevolmente. Ho una grande predilezione per i vini così alcolici e corposi che si sposano benissimo con una cena ricca. Il sapore è deciso e pieno, è un vino che difficilmente si può scordare. Già stappandolo, il rosso intenso del suo tappo e il profumo deciso, ci raccontano tutto sulle terre da cui proviene.

 

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Sempre facente parte del Consorzio, anche la Tenuta Argentiera produce un Bolgheri degno di nota. Il suo nome deriva dalla zona ricca, in epoca etrusca, di miniere d’argento. Questo vino (Pianetto Bolgheri) ha una gradazione leggermente più bassa rispetto all’altro (13,5%), la sua annata è 2010. Anche questo è diventato ben presto un must nella mia cantina e un paio di bottiglie non mancano mai. Ottimo abbinato ad un tagliere di pecorino toscano, culatello e qualche fetta di salsiccia piccante calabrese.

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Via Chiantigiana

Un itinerario imperdibile per i veri appassionati di buon vino e ottimo cibo deve sicuramente prevedere un passaggio dalla Via Chiantigiana che unisce Firenze a Siena. Aspetto rustico, borghi, antiche abbazie e case contadine la contraddistinguono, mentre scorre nel cuore delle colline che custodiscono il famoso vino Chianti. Il “Chianti” definisce proprio la zona vinicola collinare tra Firenze e Siena, il suo nome ha origine dal termine etrusco “clante” (acqua), di cui il luogo abbonda, favorendo la crescita delle uve. Tutto nacque dal territorio degli attuali comuni di Castellina, Radda e Gaiole che vennero organizzati nella Lega del Chianti, rappresentata dal famoso Gallo Nero, oggi emblema del Consorzio del Chianti Classico. A partire dal Settecento la zona si allargò sempre più sulla spinta della crescente fama dei suoi vitigni. Nel 1932 un decreto ne sancì i confini, definendo la denominazione di Chianti Classico. Venne così riconosciuto al vino prodotto in questa zona il diritto di avvalersi della specificazione “Classico”, in quanto prodotto nella zona storica.
Abbiamo percorso la Via Chiantigiana (oggi strada regionale 222) partendo da Castellina in Chianti. Percorrere la Via è stato stupendo, i panorami che si presentano sono mozzafiato, distese infinite di colline, vitigni coltivati in luoghi incontaminati e da questo si capisce come questo vino possa essere così meraviglioso. Prende tutto il buono della sua terra sana, dell’acqua pura e dell’aria lontana dal caotico mondo cittadino (e sicuramente una vite che si gode quotidianamente un panorama così non può che crescere bella e buona). Passando per Panzano in Chianti ci siamo voluti fermare per qualche foto e poi era l’ora di un tagliere toscano! La nostra attenzione è stata subito rapita dall’ingresso di un’enoteca, l’Enoteca del Chianti Classico (di Duilio Cavacciocchi, via Chiantigiana 15).

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L’interno è completamente murato di vino, corridoi strettissimi, casse di vino in ogni angolo e scaffali riempiti di bottiglie fino al soffitto. Il proprietario Duilio ci ha accolti subito, è stato davvero gentile e ci ha aperto delle bottiglie spettacolari, abbiamo assaggiato dei vini consigliati da lui e continuava a riempirci il bicchiere raccontandoci tutte le storie del suo paese e dei suoi vini. Abbiamo imparato veramente tanto da Duilio, ci ha dedicato una buona ora per farci conoscere ed apprezzare il meglio del suo territorio. Ovviamente abbiamo svaligiato il negozio (tra cui anche un Brunello di Montalcino), anche se ad oggi ci è rimasto solo questo.

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Duilio è stato poi così carino da scortarci personalmente con il suo furgoncino in un ristorante lì vicino consigliato da lui, “Cantinetta Sassolini” (piazza Ricasoli) e anche lì abbiamo fatto razzie…

Grazie Toscana e Toscani per tutto quello che ci regalate!!!

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Enolaioteca

La PASSIONE comincia da qui..quando da un viaggio iniziato come semplice fuga dalla quotidianità scopri un mondo incredibile..e ti sembra di vivere chissà in quale paradiso lontano..invece sei in uno dei luoghi più belli e suggestivi d’Italia..la Toscana

Iniziando a girare, molto a caso, per i paesini intorno Siena siamo finiti a Volterra, stupenda con il suo centro storico di origine etrusca ed un panorama stupendo sulle terre toscane. Il tutto parte da una semplice voglia di aperitivo, ovviamente una scusa per assaggiare un altro stupendo vino toscano e dopo aver camminato a lungo per ogni vietta in salita e in discesa, decidiamo di fermarci in una ENOLAIOTECA (?????); certo non siamo ancora così esperti di vini e termini sofisticati, ma questa proprio ci mancava. Incuriositi entriamo, sottolineo che il periodo non era “vacanziero”, di turisti ce ne erano veramente pochi ed è un modo perfetto per godersi appieno tutto quello che un luogo può offrire, inoltre si è coccolati da ogni ristoratore.

L’enolaioteca da Pina (via Gramsci 64, Volterra) si merita una descrizione accurata. Appena entrati sembra di essere in un semplice negozio di prodotti tipici (e hanno veramente tanta scelta), ma se chiedi un tavolo ti si apre il paradiso e non scherzo…

Scendendo al piano inferiore, ci si trova in una vera e propria cantina, fatta di mattoni, celle, botti, la temperatura scende e ogni cosa richiama il vino. Si è avvolti dai profumi e dalle atmosfere tipiche di una cantina vecchia maniera. E’ stupendo pranzare qui, unico.

Si comincia con un aperitivo, vino toscano OVVIAMENTE e un mega tagliere come solo loro sanno fare, ma sarà l’aria della Toscana, saranno i loro sapori stupendi e un aperitivo, anche se abbondante, va a finire in un pasto completo. Così incuriositi dal menù ci facciamo tentare dal “cinghiale al cioccolato”, accostamento curioso, da provare. Beh che dire..stupendo..

Vi lascio la ricetta del piatto, io non ho osato replicarlo, battaglia persa..

Ingredienti:

1 kg di spezzatino di cinghiale

1 litro di vino rosso (tosto)

1/2 bicchiere di passata di pomodoro

4 pezzi di cioccolato fondente

spezie, sedano, carota, cipolla

sale grosso

farina

evo

Preparazione: far marinare il cinghiale per almeno 24 ore con vino, sale, spezie e verdure. Al termine, togliere la carne e infarinarla. Lasciarla cuocere a fuoco lento con un filo di olio e la marinata, che andrà aggiunta man mano che la salsa in cottura si ritirerà. Dopo un paio d’ore di cottura, aggiungere il pomodoro. Poco prima del termine della cotture, unire anche il cioccolato. Servire ovviamente ben caldo, appena pronto, altrimenti il cioccolato si solidificherà.