Senes – Argiolas

Argiolas è uno dei marchi che meglio racchiude l’essenza dei rossi sardi. Austeri come gli abitanti, caldi come il clima, intriganti come i paesaggi, avvolgenti come l’atmosfera dell’isola. Argiolas, cantina di Serdiana, provincia di Cagliari, ha una storia centenaria che nasce nel 1906, da un’idea di Antonio Argiolas, e continua ad oggi con la terza generazione. Storia centenaria come centenari sono i Sardi. Curiosità: qui la longevità è la più alta del mondo! E’ quello che risulta dal progetto AKeA dell’Università di Sassari che ha studiato lo stile di vita di più di 3.000 centenari dell’isola, tra cui anche il patriarca Antonio Argiolas (102), per scoprirne il segreto. Ironia della sorte, ciò che li accomunava era la grande passione per un’eccellenza sarda, il Cannonau, vitigno con la maggiore concentrazione di polifenoli. Il progetto Senes nasce proprio dalla volontà di rendere omaggio al fondatore Antonio, raccontando la storia di 11 centenari come lui, rappresentati in un libro fotografico che ritrae con disarmante semplicità l’amore per la vita e per la propria terra.

Senes non è però solo un viaggio visivo attraverso i valori di un popolo, Senes è la massima espressione di un Cannonau ricercato, che nel 2012 ha saputo dare il meglio di sè. Geniale l’etichetta che rappresenta il genoma, ossia tutte le informazioni genetiche dell’essere umanoDSC_0451, ma al tempo stesso, con il suo rigoroso ordine, ricorda anche i filari delle vigne. L’argento è evocativo di un’età matura raggiunta, arricchita dall’oro di esperienze e cultura.

Questo vino nasce da terreni di marne calcaree, da viti mature che danno una produzione limitata, ma intensa. Ci vuole esperienza e saggezza per produrre grandi cose.

Si presenta di un rosso rubino intenso, con sfumature granate; intenso è anche a naso, richiama le spezie, sopratutto il pepe nero, e il tabacco. Mantiene un’ottima eleganza che si ritrova poi in bocca, qui tutti i suoi elementi si fondono in equilibrio. La persistenza è decisa, ha una buona struttura, è caldo e i tannini sono morbidi.

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Moro del Moro

Una rarità, un esperimento creato con il coraggio e la voglia di valorizzare i prodotti del proprio territorio. A Calerno di San’Ilario d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, la cantina Rinaldini fa un uso particolare delle sue uve Lambrusco, dando vita ad un vino molto interessante. Queste uve sono note per la produzione dell’omonimo vino, frizzante, beverino e dai sentori di frutta fresca; Rinaldini ha voluto spingersi oltre, raccogliendo le uve accuratamente selezionate e lasciandole sui graticci per l’appassimento. Dopo la fermentazione, il vino fa un invecchiamento in barrique di rovere francese per dodici mesi. Qui sta la particolarità, l’inconsueto abbinamento della parole Lambrusco, appassimento e barrique, ma questo è ciò che rende unico il Moro, creato non senza difficoltà, infatti c’è voluto quasi un decennio per raggiungere la massima qualità.

Il Moro è ottenuto da un blend, le uve di Lambrusco della varietà Pjcol Ross (60%) si uniscono all’Ancellotta (40%), vitigno spesso utilizzato in queste zone per la sua particolarità: avere antociani non solo nella buccia, ma anche nella polpa, è quindi un’uva molto carica di colore che intensifica notevolmente il rosso scarico tipico del Lambrusco.

Il colore stupisce: rosso porpora molto carico, con riflessi quasi violacei. Il primo impatto a naso regala una forte nota calda, alcolica, che lascia poi spazio a frutti rossi maturi e sentori di spezie. In bocca i tannini sono decisi, ma ben equilibrati; punta vanigliata sul finale.

Vino particolare nel suo genere, assolutamente consigliato per provare la variante “tosta” di una qualità di uva Lambrusco; vino che dimostra come da un vitigno considerato un tempo poco più che una pianta selvatica (dal latino vitis labrusca, ossia pianta che cresceva spontaneamente ai lati dei campi) può nascere qualcosa di molto raffinato e complesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Donnafugata Anthìlia

Massima espressione delle uve Catarratto e della calda Sicilia, Anthìlia racchiude un bouquet profumatissimo: fiori di zagara e frutta a polpa bianca sono i protagonisti, accompagnati da una leggera nota di pompelmo. In bocca si ritrovano tutti gli aromi, con una giusta sapidità che vivacizza l’estrema raffinatezza degli agrumi.

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Donnafugata racconta la storia della regina Maria Carolina d’Asburgo, moglie di Ferdinando IV, scappata da Napoli dopo l’arrivo delle truppe napoleoniche; trovò rifugio nei territori dove ora sorgono i vigneti dell’azienda. La regnante è diventata il logo della cantina, con i capelli al vento e l’aria sognante; mentre il nome è stato ripreso dal termine con cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo indicò i possedimenti che poi divennero proprietà della famiglia Rallo, che ancora oggi offre vini che raccontano la storia di una terra omaggiata da storia e letteratura.

DSC_0080* Denominazione: Anthìlia

* Produttore: Donnafugata

* Anno: 2014

* Titolo alcolometrico: 12,5%

Albeisa – uniti dalla stessa bottiglia

Durante un aperitivo in un’enoteca di Alba, guardando attentamente gli scaffali di vino, sono stata subito colpita dal fatto che molte etichette fossero accomunate da una stessa particolare bottiglia, subito riconoscibile dalla scritta ALBEISA in rilievo sul vetro. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto essere una bottiglia del 1700 nata dalla volontà dei produttori di Alba di contraddistinguere i loro vini dagli altri. E’ caratterizzata da un collo corto, una base pronunciata ed un colore molto scuro per preservare le qualità dei corposi vini rossi che contiene.

Ai tempi di Napoleone, questa bottiglia fu sostituita da altre tipiche francesi, più economiche. Nel 1973 però 16 produttori nostalgici del passato e orgogliosi dei loro prodotti, costituirono l’Unione Produttori Vini Albesi e decisero di riadottarla affidando alla vetreria Saint-Gobain Vetri l’esclusiva nella sua produzione. Si vuole con tutto ciò proteggere la grande qualità dei vini dell’albese, possono infatti essere imbottigliati in un’Albeisa solo i vini con la denominazione di questo territorio.

L’Associazione Albeisa è anche molto attenta al territorio, ovviamente fondamentale per la produzione di un ottimo vino, e per festeggiare i suoi 40 anni ha fatto nascere un bosco di ben 4.000 piante. Dal 2007 inoltre produce un bottiglia in versione eco-friendly con un peso del 30% inferiore a quello tradizionale.

Barolo – Barbaresco

Se si dice Langhe, si dice Barolo. Fino a pochi mesi fa non avevo assolutamente idea che il vino Barolo nascesse nel suo omonimo comune e non avevo assolutamente idea che fosse un borgo così bello. IMG_3717Barolo è un paese molto simile agli altri vicini: domina una collina, ha un castello, è circondato da vitigni ed è pieno di cantine ed enoteche, ma la sua fondamentale peculiarità è quella di ospitare il WiMu, ossia il Museo del Vino, inaugurato nel settembre 2010. Il museo si trova all’interno del castello di Barolo ed è un’esperienza assolutamente da provare. Diverso dai soliti musei didattici e a volte noiosi, offre un’avventura totalmente sensoriale. La visita si snoda in più sale, su diversi piani del castello che offrono la possibilità di poter interagire con il vino e la sua storia. IMG_3629Il vino viene raccontato dalle sue origini antichissime, quando era il nettare delle divinità; la prima sala è infatti chiamata ‘Il bar delle divinità’ e rappresenta tutte le religione dietro ad un bancone per condividere lo stesso piacere ultraterreno.

Il vino è delle donne, delle sacerdotesse che lo custodivano nell’antica Babilonia come bevanda sacra e proibita, ma se la sacerdotessa avesse aperto una taverna sarebbe stata arsa viva e se la cameriera avesse sbagliato la mescita sarebbe stata punita con l’annegamento.

Il vino è degli uomini, dei re e dei faraoni nelle grandi civiltà dell’Oriente, di tutti nell’antica Grecia. Il vino ha creato Dionisio e Bacco.

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Al WiMu si passeggia attraverso le nebbie delle Langhe, si viene bagnati dalla rugiada dei vitigni, si sale su una specie di giostra che collega le stagioni ai raccolti, si impara come il vino ha avuto una parte fondamentale nella storia, nell’arte e nella cucina, nella letteratura, nei film e nella musica.

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L’ultima sezione del museo è dedicata alla storia del castello e ai marchesi Falletti di Barolo, a Carlo Tancredi e a Silvio Pellico.

Altra immancabile tappa a Barolo, è la cantina Borgogno, che si trova proprio nel centro del paese. Il nome Borgogno è sinonimo di ottima qualità dal 1761, anche se i francesi nel 1955 hanno cercato di boicottarlo, dichiarando che la casa stava volutamente confondendo i consumatori utilizzando in etichetta il marchio Borgogno, troppo simile a Borgogna, ossia la regione vitivinicola d’Oltralpe. Il tutto verrà risolto in Tribunale e la cantina potrà continuare a sfoggiare orgogliosa sulle sue bottiglie il nome del suo fondatore, Giacomo Borgogno.

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Ho degustato un Barolo del 1998, versato nel bicchiere con un apposito colino per trattenere eventuali sedimenti. Ottimo vino e curioso il fatto che venga fatto pagare al calice un euro in più ogni anno che invecchia; questo infatti era ben 16 euro al calice, ma sono stati soldi assolutamente ben spesi! All’interno del negozio si può trovare veramente di tutto, per tutti i gusti e tutte le tasche. Inoltre le etichette Borgogno sono davvero ben fatte e particolari. I miei acquisti sono stati il mitico NO NAME e un Barolo riserva del 2007.

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Barbaresco è un altro piccolo borgo a pochi chilometri da Barolo, il cui nome deriva da “barbarica silva”, proprio perchè un tempo era una distesa di foreste occupate da popolazioni celtico-liguri e successivamente bonificate dai Romani. Elemento assolutamente caratterizzante di questo paese è la chiesa del XVIII secolo, sconsacrata nel 1986 e divenuta la sede dell’Enoteca Regionale del Barbaresco. IMG_3691Qui ben 112 produttori espongono i loro vini. La chiesa era stata dedicata a San Donato, eletto come protettore dei raccolti. Davvero particolare entrare in una chiesa e trovare al posto dell’altare un bancone dove degustare ottimo vino e alle pareti scaffali zeppi di bottiglie invece di cupi confessionali.

Langhe

Un paradiso per gli amanti del vino sono le Langhe, una delle tre regioni storiche del Piemonte oltre a Roero e Monferrato. Langhe e Roero, delimitate dal corso del fiume Tanaro, sono conosciute soprattutto per la produzione di ottimi vini, rispettivamente rosso e bianco. Questi due territori, nonostante siano confinanti, hanno una differente composizione del suolo: la bassa langa offre un terreno più argilloso e calcareo che cambia da collina a collina, questo dà più valore e particolarità al vino, le sottozone diventano così marchi richiesti dai consumatori; la zona del Roero ha invece più sabbia, quindi mineralità, adatta alla produzione di bianco. IMG_3608Possiamo descrivere le Langhe come un’infinità di colline che ospitano sulla loro cima piccoli borghi o castelli medievali e sui loro pendii distese immense di vitigni; un paesaggio assolutamente meraviglioso.

Prima tappa è il piccolo borgo di Grinzane Cavour il cui nome rende omaggio al Conte Camillo Benso che ne fu sindaco per ben 17 anni dal 1832. Punto focale del paese è il castello costruito nel XIII secolo, di cui però non si hanno molte notizie storiche. Camillo Benso lo abitò dal 1830 e da qui iniziò la sua opera di riqualificazione della zona, sfruttando soprattutto i dolci pendii intorno al castello sui quali fece piantare 200 mila nuove viti. IMG_3600Essenziali furono gli studi del Conte e la sua collaborazione con l’enologo francese Odard per la nascita del vino Barolo. La struttura ospita ogni anno a novembre l’Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba e l’Enoteca Regionale Piemontese; è inoltre visitabile all’interno, con numerose sale dedicate alla tradizione delle botti, del vino e della pallacorda.

Scendendo in una piccola vietta laterale al castello, si arriva in un’enoteca molto particolare la “Cantina del Conte” (via Castello 13) della famiglia Pelissero, che dopo la morte del Conte acquistò una parte dei suoi vigneti. Nonostante fosse chiusa, il signor Sergio Pelissero, vedendoci dal balcone di casa, ha aperto il negozio solo per noi, raccontandoci la storia delle varie generazioni che nel tempo si sono occupate della produzione dei migliori vini piemontesi di quel territorio e di come la sua famiglia si sia presa cura dei vitigni. IMG_3657Abbiamo assaggiato la loro Barbera Riserva, il Nebbiolo e il Barolo; ottime anche le grappe, in particolare quella invecchiata in legno di albicocco. Da quel giorno ho capito di essere finita, anche se per caso, nella cantina giusta, infatti sugli scaffali di ogni enoteca o vineria piemontese notavo troneggiare una bottiglia Pelissero.

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Per l’ora di pranzo ci siamo spostati nella città di Alba, capitale delle Langhe, chiamata anche “città delle cento torri”. Percorrendo la via Maestra (via Vittorio Emanuele), si è completamente circondati da vinerie, enoteche, wine bar e osterie; in tutto questo il Barolo regna sovrano, ma anche il tartufo è un prodotto di cui gli albesi vanno molto fieri.

Per l’aperitivo abbiamo scelto un Nebbiolo 2012 – 14% di Paolo Scavino, etichetta che ci ha incuriosito in quanto il vino viene prodotto nel vicino paese di Castiglione Falletto, dove alloggiavamo; era un po’ come bere il vino di casa. IMG_3680Non capita quasi mai, specialmente qui a Milano, di poter scegliere sulla carta un vino nato dai vitigni che vedi affacciandoti dal balcone. Castiglione Falletto è un altro splendido borgo delle Langhe, con un altro splendido castello e un’altra splendida vista mozzafiato sulle colline coltivate. Sapere di poter gustare un prodotto di cui hai ammirato la materia prima non ha prezzo. Molto curiosa è la derivazione del nome “nebbiolo”, chiamato così perchè ottenuto dall’ultima uva vendemmiata, quando arrivano anche le nebbie.

A seguire, semplice piatto di spaghetti ma divinamente condito con un’abbondante grattugiata di tartufo bianco, assolutamente consigliato all’Osteria dell’Oca, nel centro storico di Alba, in piazza Cagnasso. Per rimanere nella tradizione cuneese, bottiglia di Barolo DOCG Cascina del Monastero 14,5%. IMG_3690

Bordeaux – Chateau de Maillet

Produit de France questo Bordeaux Chateau de Maillet. Il termine “chateau“, che letteralmente ha il significato di “castello”, nel mondo del vino non è legato ad imponenti costruzioni medioevali, ma indica semplicemente un’azienda vitivinicola che svolge al suo interno tutte le fasi di produzione del vino.

La zona di Bordeaux si trova nella parte occidentale della Francia ed è privilegiata dalla vicinanza con l’Oceano Atlantico che regala un clima abbastanza temperato. Un’altra importante influenza è data dall’estuario della Gironda che oltre a favorire temperature ideali per la coltivazione, ha dato notevole impulso al commercio ed esportazione di questo vino, già dai tempi antichi le navi mercantili si rifornivano dai numerosi porti e prendevano il largo verso l’Inghilterra. Si ottiene vino soprattutto da uve Cabernet Souvignon, Cabernet Franc e Merlot.

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Eugene Reullier produce un Bordeaux molto piacevole per accompagnare pasti ben saporiti. Vino limpido, trasparente, di un carico rosso rubino, ma con riflessi tendenti al mattone. Al naso lo si percepisce abbastanza intensamente ed è sicuramente fine. Dà una sensazione di grande avvolgenza, ricorda il velluto, il calore e la morbidezza. In bocca è caldo e rotondo, giustamente tannico e assolutamente armonico. Buon vino, semplice nelle sue componenti e proprio per questo da apprezzare.

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*Denominazione: Bordeaux – Chateau de Maillet

*Produttore: Eugene Reullier

*Anno: 2013

*Titolo alcolometrico: 12,5%